Meglio della televisione

Li chiamano MOOC – Massive Open Online Course.
Si tratta di corsi di livello universitario o para-universitario, offerti da una quantità di istituzioni accademiche e distribuiti attraverso piattaforme prevalentemente gratuite.
I MOOC sono uno strumento potente.
Sono, finalmente, il ventunesimo secolo: io sono qui, seduto nel bel mezzo del nulla, con una connessione alla rete che pare uscita da WarGames, il film – eppure riesco a partecipare ad una lezione in una università da qualche parte del mondo, interagendo con centinaia di altri studenti.

MOOC

E pensare che per seguire due ore di lezione, ai tempi del dottorato, in uno degli atenei più quotati d’Italia, nel lontano 2013, dovevo farmi 1200 chilometri in treno, e passare una notte al collegio universitario.
L’idea di mettere le lezioni online per gli studenti fuori sede non era ammissibile.
Probabilmente lo è ancora.
Perché lo studio deve essere sacrificio.
O qualcosa del genere.

... e allora sacrifichiamoci.

… e allora sacrifichiamoci.

Per me i MOOC stanno lentamente ma inesorabilmente sostituendo la televisione – e non solo per me.
Nell’ultimo anno ho incontrato una piccola comunità di amici che passano qualche ora la settimana in qualche MOOC.
Le caratteristiche generali?

  • sono fra i 30 e i 40

  • hanno una educazione medio alta

  • trovano divertente l’idea di imparare qualcosa di nuovo

E basta.
A parte questo, la popolazione è alquanto variegata.
I motivi per seguire un corso attraverso un MOOC, per quel che ho potuto vedere, sono diversi

  • alcuni vogliono ampliare una preparazione accademica o professionale precedente

  • altri vogliono approfondire interessi personali, studiare quella materia che ai tempi avrebbero voluto studiare, ma poi il buon senso ha prevalso

  • altri ancora trovano online corsi su argomenti che qui da noi, nelle strutture accademiche nazionali, non sono disponibili

  • altri sono semplicemente curiosi

  • oppure si annoiano, si annoiano a morte

E sì, io quelli che si annoiano a morte li capisco, li capisco benissimo.

L’offerta di corsi è ampia e variatissima – dai corsi di lingue ai corsi di specializzazione nell’analisi dei dati, dai corsi di programmazione ai corsi di storia del cinema, all’antropologia forense, alle problematiche del commercio marittimo nel mondo classico.
Ci sono corsi introduttivi, corsi generici, corsi specialistici e di approfondimento.

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Io ho frequentato il mio primo MOOC l’anno passato – il corso The Future of Storytelling, organizzato dall’Università di Potsdam e gestito dalla piattaforma Iversity.
Molto divertente, estremamente stimolante.
Un sacco di cose nuove.
Non serve a nulla? È probabile.
Ma di sicuro mi ha aiutato a mettere a fuoco un sacco di elementi teorici che stanno alla base di qualcosa che ho sempre fatto – scrivere materiale per giochi di ruolo.
Qualcosa che negli ultimi tempi faccio come lavoro.
Quindi sul non servire a nulla…

Molti anni addietro a scrittrice inglese Mary Gentle rivelò che per lei il modo migliore per fare ricerca per un romanzo era iscriversi ad un paio di corsi universitari pertinenti.
E io a leggerla pensai, eh, cara ragazza, ma tu vivi nel ventesimo secolo.
Beh, ora con i MOOC è possibile adottare quella strategia anche per noi – e in effetti io in capo a 24 ore dovrei iniziare un corso di sei settimane presso l’Università di Bristol (se ben ricordo), che ha (anche) lo scopo di integrare la ricerca per il progetto che sto attualmente sviluppando per Savage Worlds.

Il corso sull’archeologia di Stonehenge, invece, lo faccio proprio solo perché è divertente, mi interessa, ed è infinitamente meglio di ciò per cui pago annualmente il canone della TV.
Il che ci riporta al mio discorso di partenza.

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Si diceva, piattaforme.
Io al momento utilizzo tre piattaforme principali:

Iversity – si appoggia prevalentemente ad atenei tedeschi, ed offre una scelta limitata ma unteressante di materie, di solito con corsi dal taglio innovativo.
Rilascia un certificato di partecipazione che naturalmente nel nostro paese è carta straccia.

FutureLearn – offre corsi di università inglesi, con un campionario piuttosto vasto e molti corsi mirati a specialisti o professionisti.
Anche qui, certificati di partecipazione gratuiti sono la norma.

Coursera – probabilmente la piattaforma più popolare, con corsi di atenei internazionali (moltissimi dagli USA e dall’estremo oriente). Tanti, e buoni, i corsi di lingue. Spesso offre una doppia uscita, con certificato gratuito da uditore o certificato a pagamento, previo esame di verifica. I certificati d’esame spesso sono accettati da alcuni atenei.

In questi giorni sto anche dando un’occhiata a

  • Open2Study, la principale piattaforma australiana

  • la Khan Academy, una piattaforma che offre corsi di base ed una curiosa forma di gamification dello studio – quasi un incrocio fra una scuola per autodidatti e un social network

  • Udacity – una piattaforma diretta prevalentemente a professionisti che desiderano mantenersi aggiornati attraverso “nanolauree”, soprattutto in ambito informatico e matematico/analitico.

Esistono anche altre strutture – l’inglese è il linguaggio di base, ma si trovano anche (pochi) corsi in italiano.

Certo, affermare che passare tre ore a settimana per sei settimane (l’impegno medio di un MOOC su FutureLearn) a seguire lezioni sulla Mitologia Classica o due ore a settimana per dieci settimane, e poi dare un esame finale (lo standard su Coursera) sul Teatro Elisabettiano, o seguire un corso flessibile dell’Università di Singapore sulle tattiche e le Politiche Antiterrorismo, è meglio che spendere altrettanto tempo a guardare repliche di vecchi telefilm, sit-com con le risate registrate e reality show che con la realtà non hanno nulla a che vedere, verrà considerato orribilmente elitario e snob1.
Ma come, proprio ora che comincia il Festival di Sanremo, ora che abbiamo Twitter per comentarlo in tempo reale?
Si tratta di scelte.
Recentemente ho visto sostenere con serietà e passione la tesi secondo la quale

la mediocrità è un diritto

Ne sono rimasto agghiacciato – eppure è indubbio che si tratti di un diritto al quale molti sono sempre più fieramente attaccati.
Qualunque cosa che non sia il disimpegno assoluto, la risposta superficiale perché genuina (o viceversa), la strenua difesa del minimo comun denominatore, è visto come una forma di aggressione ad uno stile di vita che è quello normale.
Per cui forse, davvero, la neanche-così-piccola comunità di utilizzatori dei MOOC nel nostro paese raccoglie i nemici della democrazia, quelli che si prendono troppo sul serio, quelli che sono vecchi.
Gli anormali.
Chissà.
E chissà quanto tempo ci vorrà perché, per via della legge della contrazione degli utili, anche guardare reality, anche cazzeggiare diventerà troppo, diventerà anormale.
Un recente articolo su Black gate Magazine segnalava come una parte del pubblico americano cominci a risentirsi per i personaggi televisivi troppo in gamba – basta Sherlock, basta Grissom, basta Dr House… troppo preparati, troppo imbattibili, fanno sentire il pubblico inferiore.
È una strana, sinistra china quella che si delinea, non trovate?
Di sicuro, con i MOOC abbiamo a disposizione uno strumento estremamente potente, flessibile, utile e divertente, che offre una quantità infinita di possibilità.
Non utilizzarlo è un peccato.
O forse, per alcuni, un diritto.


  1. e arrogante – perché pare che di questi tempi, affermare di preferire l’intelligenza al godiforte sia un gesto di estrema arroganza. 

4 pensieri su “Meglio della televisione

  1. Preferisco avere una brutta reputazione che essere assimilato ai tanti, troppi, nostri compatrioti che non leggono neppure per salvarsi la vita. E se questo vuol dire sentirsi diversi e in più di una maniera esclusi, che accada. Ho troppo da fare per curarmene.

  2. Come sempre mi indirizzi a cose che ho sempre voluto fare e grazie alla tua diffusione, mi ritrovo a conoscere… MOOC sarà la mia nuova frontiera per il 2015, oltre naturalmente a lavorare di lima e bulino ai miei scritti.
    Grazie

  3. Pingback: Tempo di editare | Space of entropy

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