Intestardendosi nello studiare

Pochi giorni or sono, l’Huffington Post (che, ammettiamolo, non è in cime alle mie letture quotidiane), ha fatto un articolo intitolato Fare ricerca è un lavoro, non un’infamia. E va messo in curriculum.

Che mi pare un titolo abbastanza esplicito – la ragione del pezzo: l’opinione, ventilata da più parti, che un PhD sia una certificazione di incapacità lavorativa…

“Un Dottore di Ricerca è una persona che ha voluto ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro il più a lungo possibile, intestardendosi nello studiare. Studiare invece di lavorare, magari fino a 28, 30 anni. Insomma, non c’ha voglia di fare un cazzo. Non ha esperienza, non ha esperienza nel mondo del lavoro, non sa lavorare, non sa inserirsi in un contesto aziendale”

Intestardendosi nello studiare.
Eh, già.

Poi scopriamo con orrore che esistono posti, a un’ora d’aereo da dove siamo seduti, nei quali viene lanciata una startup hi-tech ogni venti ore, da oltre un anno.
Fate due conti.
Ma noi qui no – noi qui ci intestardiamo nello studiare invece di entare con orgoglio nel vibrante, eccitante mondo del lavoro.
Che ingrati e sfaticati maledetti che siamo.
Ci intestardiamo nello studiare, snobbando ciò che il mondo del lavoro ci offre: rispondere a un telefono in un call center, a fare pulizie negli uffici, a scrivere articoli per venti euro lordi, a tradurre testi a un euro a pagina…

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Perché ammettiamolo, sarà anche vero che noi ci siamo intestarditi nello studiare – ma è anche vero che l’allegro e pimpante mondo del lavoro italiano, il sopra citato “contesto aziendale”, è fermo al 1958 in termini di innovazione, sta tornando indietro nel tempo per ciò che riguarda opportunità, tutele e diritti di chi lavora, e a chiunque abbia un PhD non ha granché da offrire.
Peggio – non ha idea di cosa poter offrire… ragion per cui i fondi che la Comunità Europea mette a disposizione per lo sviluppo di aziende ad alta tecnologia, noi li dobbiamo regolarmente restituire poiché i nostri imprenditori – così come i nostri amministratori – non hanno la più pallida idea di cosa far finanziare.

Noi avremmo idea di produre un, ehm, coso, che potrebbe… cioé, digitale, che cosi quegli affari di nuova generazione… facendo sinergia, molto duepuntozero, orientato ai social… per cosare la user experience, no? Magari su Facebook?

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Ci prendono a pernacchie.
Vi sorprende?
Ma certo, loro non si sono intestarditi nello studiare.
Hanno studiato così poco, questi cialtroni, che non hanno neanche chiaramente idea di cosa comporti una laurea specialistica, figuriamoci un dottorato di ricerca.
Sono fermi al solito vecchio cliché…

studiano perché non hanno voglia di lavorare

Le loro aziende chiudono, vengono acquistate da investitori stranieri che le portano all’estero, bruciano decine, centinaia, migliaia di posti di lavoro, ma loro restano fieramente ancorati all’idea che se si faceva così ai tempi in cui la TV era in bianco e nero e le gemelle Kessler portavano le calze spesse per non far vedere le gambe, allora deve andar bene anche adesso.

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Incapacità assoluta e cronica di immaginare il futuro – persino ora che il futuro li sta mangiando vivi, cominciando dalla testa, come un boa constrictor.

E poi, naturalmente, odiano l’idea che qualcuno possa fare un lavoro che gli piace.
Questa è un’idea diffusa e cullata con affetto dalla maggioranza dei nostri connazionali.
Ricordatevelo – il lavoro è una punizione bibblica, lo ha inventato Dio per punire Adamo ed Eva, non vi deve piacere.
Dovete buttare due terzi della vostra vita facendo qualcosa che non vi piace, che detestate, possibilmente sotto padrone, in modo da non avere responsabilità, da essere meri esecutori, senza metterci nulla di vostro se non la fatica… cos’è quest’idea di studiare, e poi per di più di fare un lavoro che vi piace, per il quale avete studiato?
Loro non l’hanno fatto, perché dovreste farlo voi?

Eh, da giovane anch’io avevo un sacco di bei sogni, ma poi ho dovuto accettare la realtà…

Certo.
La realtà.
Come no.

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E d’altra parte, come potrei dimenticare l’espresione di orrore sul volto dei docenti quando dissi che la mia tesi di dottorato avrebbe incluso come appendice un business plan per tramutare in attività produttiva i risultati della mia ricerca?

Perché il pregiudizio e il trogloditidsmo non sono patrimonio esclusivo dell’imprenditoria, naturalmente. Si tratta di un fenomeno trasversale, come si suol dire.

E sarebbe facile, a questo punto, spiegare la situazione con l’ipotesi che i due ambiti siano stati separati così a lungo che ormai non sono più in grado di comunicare.
Ma io non credo sia così – semplicemente perché ricordo i docenti del settore applicato che lavoravano lietamente con amministrazioni e aziende già negli anni ’80 e ’90.
Per cui non sarà come al solito che per alcuni la comunicazione e la collaborazione esistono, ma per altri no?

Come disse quel mio insegnante ad un suo collega…

Devi considerare tutti i tuoi studenti come potenziali concorrenti.

Eh, già.

L’università non mi ha insegnato a preparare un Business Plan (che pure è quel documento che la banca mi chiede per valutare la mia richiesta per un finanziamento per avviare un’azienda), né a compilare una proposta di ricerca (che è quel documento che università ed enti richiedono per finanziare progetti accademici).
Le proposte di ricerca comportano una serie di capacitàò e strategie che vengono trasmesse one-on-one, un po’ come il dharma fra maestri zen.
Eppure i praticanti dello zen non paiono disperati, incarogniti e aggressivi come certi elementi del mondo accademico…

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Per cui forse no, non si tratta di altro che della solita, antica e rispettata pratica italiana.

Tu chi conosci?
Perché qui entra solo chi è conosciuto.

Peccato che la nazione, nel frattempo, sia morta.

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