Una fetta di panettone, finché potete

L’avete vista la pubblicità del panettone Tre Marie?
Se non l’avete vista, ve la faccio vedere io…

Se persino i pubblicitari si sono accorti che son finiti i soldi, è chiaramente segno che le cose stanno andando male.
E da queste parti basta farsi un giro per Nizza, a guardare vetrine di negozi chiusi, o per le strade della campagna, costellata di capannoni abbandonati, per rendersi conto che quel panettone è un segnale, ma non è il primo e non è il più forte.

D’altra parte, se facciamo due conti, questa crisi, a lungo negata (i ristoranti sono pieni, ricordate?) è partita attorno al 2009 – sono cinque anni: è ormai durata quanto la Seconda Guerra Mondiale – ma non si vede alcun segnale per un nuovo Otto Settembre.
E, riflettendoci, forse è meglio così – l’Otto Settembre segnalò un giro di boa in cui le cose, nel nostro paese, da disperate si fecero tragiche (o viceversa, fate voi).
Però le cose non vanno bene.
Non si tratta di essere pessimisti, di remare contro, di non credere al fulgido futuro che ci verrà – ancora una volta – regalato da qualcuno che ci promette che a noi non costerà nulla.

Perché facciamo così fatica ad accettare che il futuro lo facciamo noi, non ce lo regalano altri a costo zero?
Come si è insinuata questa idea nella nostra cultura?

No, le cose vanno male perché abbiamo fatto festa per due generazioni, ora è tempo di pagare il conto – il buffet, le ballerine, l’orchestra, l’affitto della sala.

Soccer - European Cup Winners Cup - Final - Aberdeen v Real Madrid

È interessante notare come la crisi sia iniziata nel momento in cui la generazione che ha guidato il paese verso il baratro, senza curarsi del futuro, ha doppiato la boa dei 65 anni.
Sì, certo, congiuntura internazionale, anche i tedeschi mica hanno da ridere, tutta colpa dell’Euro, se avessimo fatto la Secessione, il NWO, la cospirazione globale…
Sciocchezze.
Se è vero che la crisi ha investito tutto i paesi industrializzati, è anche vero che nel nostro non c’era praticamente alcuna resilienza – nessuna capacità di incassare il colpo e rimettersi in piedi.

Oooops! Non ci avevamo pensato.

Sorge quasi il sospetto che si trattasse di obsolescenza programmata – un sistema progettato per guastarsi nel momento in cui coloro che ne avevano la responsabilità e lo stavano progettando non sarebbero più stati presenti per pagare le conseguenze.
Pensavano di far festa e poi svignarsela, lasciando il conto da pagare ai loro figli?
Non era mica una cattiva idea – godersela per tutta la vita, fino a mandare il sistema in crash, e poi morire.
Molto in linea con quella speciale varietà di nichilismo che assilla la nostra cultura proprio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Non c’è domani, c’è solo un oggi esteso.
Ironico, che la vita si sia allungata – ora improvvisamente sono qui in trappola con noi.

confederate-angry-old-manAvete notato che i pensionati sono incarogniti a morte?
Tagli alle pensioni, tasse sulla casa, sanità allo sbando – è come se il sistema fosse contro di loro.
Sembra che i giovani senza lavoro lo facciano apposta, a non trovar lavoro – per non pagare i contributi e finanziare l’INPS.
Strano che questi anziani gentiluomini (e signore) si stiano accorgendo ora che il sistema è guasto – e che non se ne siano curati prima.
Perché se solo se ne fossero granché curati, prima… se solo si fossero posti delle domande…

Come cambierà il mondo da qui a trent’anni?
Cosa potremmo fare per garantire che il sistema non si inceppi?
Che ne sarà dei nostri figli, dei nostri nipoti?

O forse se le sono poste, e hanno risposto

Macchissenefrega. Io non ci sarò più, se la vedrà chi rimane.

Oh, certo, sì, avete ragione – non tutti, non sempre, solo alcuni, io comunque no, e poic omunque è colpa della società, della democrazia, di qualcun altro…

No, ok, ok, vi sento benissimo – ingiusto, cattivo, pieno di rancore.
Sbagliatissimo fare questi discorsi.
Gufare, lamentarsi, cattivo gusto.
Reale pericolo di conflitti sociali.
Rischio terrorismo.
Conflitto generazionale.

L’ho sentito dire l’altro giorno – “sta per aprirsi un conflitto generazionale!”

No, gentiluomini e signore – il conflitto generazionale è cominciato quando una generazione ha smesso di pensare alle successive. Il fatto che ora le successive siano lievemente irritate verso la generazione precedente non è l’inizio del conflitto.
È la seconda manche.

Io, ad esempio, fatico a dimenticare i piccoli imprenditori che negli anni ’90, a Torino, assumevano come apprendisti dei giovani e poi li tenevano in una stanza a far nulla, “perché se gli insegno il mestiere, questo tra tre mesi se ne va dalla concorrenza e mi danneggia.”
Però per quei tre mesi loro i sussidi statali per il fatto che stavano aiutando un giovane li incassavano. E scaduti i tre mesi, ne prendevano un altro, per non fargli far nulla, e poi mandarlo a spasso.
E guai a chiamarli ladri.

Cos’era, quello, se non conflitto generazionale?
Colpa della società? Colpa dell’assistenzialismo statale?
Se il sistema mi permette di rubare, perché dovrei trattenermi – la colpa è del sistema!

Ora gran parte di quei piccoli imprenditori hanno chiuso per fallimento.
È colpa della crisi della FIAT, mi dicono.
La colpa è sempre degli altri.
Ma in realtà è stata mancanza di lungimiranza, e mancanza di un rinnovo generazionale, e di una crescita delle competenze. Tutte cose che sarebbe spettato a loro sviluppare – ma loro erano troppo impegnati a intascare sussidi e a… sì, a tutelarsi contro la concorrenza.
Ora sono in pensione.
E sono incavolati neri, perché i giovani non hanno lavoro, i soldi statali sono finiti, e il rischio è che la prossima volta, alla Posta, gli dicano che la pensione non gliela possono più pagare.
E allora saranno, come si suol dire, cavoli amari.

ak47_1

È orribile, io credo, restare vittime della propria incapacità di pensare al futuro.
Della propria mancanza di immaginazione.
Ma, come dicevano, quando andavo io a scuola?

Il ragazzo non è che non si impegni. È che ha troppa immaginazione.

Si chiamano memi tossici – quelle idee che spingono una persona, o una comunità, a suicidarsi.
Nel nostro paese, si è trattato di poche semplici idee

  • il futuro sarà come il presente
  • io penso per me, gli altri si aggiustino
  • ci sarà chi se ne occuperà quando sarà il momento
  • perché proprio io?
  • comunque loro stanno peggio di noi
  • è colpa della società, è colpa della democrazia
  • il problema è che c’è troppa libertà
  • Campioni del Mondo!

Si sono insinuate nel nostro cervello, hanno assopito le coscienze e cullato quel piccolo, granitico nocciolo di egoismo e cattiveria che ci caratterizza come specie.
Certo, come specie e come civiltà abbiamo anche un sacco di tratti positivi – ma di solito sono tratti positivi che sono male per gli affari, se gli affari li volete fare col minimo sforzo, il minimo impegno e la massima redditività a breve termine.

Insomma, abbiamo deciso di suicidarci, ma abbiamo ancora il panettone.
Per lo meno per quest’anno.

Come dite?
Sarebbe bello lasciarci con una nota di ottimismo, per chiudere positivamente?
Certo, perché no…

I still live! (John Carter)

I found out just surviving was a noble fight (Billy Joel)

Benvenuti alla fine della festa.

10 pensieri su “Una fetta di panettone, finché potete

  1. Terribilmente amaro, questo post.
    L’amarezza poi supera ampiamente il livello di guardia se si riflette sull’esattezza e la circostanzialità di queste parole. Ché alla fine siamo nella merda, se vogliamo dirlo in maniera chiara e stringata.
    Personalmente spesso mi capita di sentirmi come in una delle ultime scene del film di Boris: quella in cui sono tutti al cinema a vedere il cinepanettone fatto di scorregge e battutacce e tutti piegati in due dalle risate, con René/Pannofino seduto in prima fila ed è l’unico che non ci trova proprio niente da ridere…
    Solo che poi il pensiero che sopraggiunge è: quindi? Soluzioni? Che possiamo fare noi nel nostro piccolo (o nel nostro grande?) per arginare/risolvere/tamponare/superare il problema?
    Stiamo già facendo qualcosa? Ne vedremo i risultati? Oppure, come per una sorta di contrappasso, noi dovremo essere una generazione che si dovrà preoccupare del futuro certa di non averne nessun tornaconto personale nel senso stretto del termine?
    Noi saremo quelli che si beccheranno tutti i “contro” del Protocollo di Kyoto pur di lasciare un pianeta con un filo d’aria respirabile ai nostri nipoti?

  2. Complimenti per questo blog, che trovo eccellente.
    Quello che mi indigna di questo paese (volutamente con la p minuscola) è che è sempre responsabilità di ALTRI. Non funzionano le cose? E’ colpa del Governo? Le città sono delle discariche piene di cartacce e cacche di cane? E’ colpa del Comune che non pulisce. I politicanti sono ladri? E’ colpa delle leggi troppo slabbrate.
    Nessuno pensa che siamo noi i primi a dover far funzionare le cose, i primi a raccogliere gli escrementi del cane e le nostre cartacce, i primi a non rubare. Alzi la mano chi non ha almeno una volta ceduto alla tentazione di non farsi fare una fattura per spendere 20 euro in meno. Certo vale sempre per gli altri, non per noi la legge. E vale per tutto, passare col rosso, far attraversare i pedoni, sgomitare nella fila alla posta passando avanti al prossimo.
    E’ la legge del più furbo, del “ora ti frego io appena ti giri”, è la mentalità italiana e non esiste da ora, ne parlano i libri di letteratura da SECOLI.
    Non abbiamo rispetto della cosa pubblica, siamo pigri (molti cosiddetti “professionisti” lavorano a cavolo, e ne ho avuto esperienza personalmente), non vogliamo rispettare le regole, siamo sempre pronti a criticare, ma GUAI a fare un minimo sacrificio che comporta un cambio nelle abitudini.
    Siamo un popolo “tutto chiacchiere e distintivo”. Ed io me ne vergogno profondamente.
    Un mostro come Berlusconi in Uk o in Germania se lo sarebbero mangiato vivo e cacciato a calci in culo, altro che le donnine, l’evasione fiscale e le leggi su misura per lui e i suoi bravi.
    In realtà nessuno lo ha cacciato qui, perché l’italiano medio è così egli stesso, e al posto di B avrebbe fatto le stesse identiche cose, compreso favorire amici, parenti, amanti e affini.
    Io non vedo una soluzione a breve.

  3. @Gherardo
    proporre soluzioni comporta il problema di andare a sbattere contro l’immobilismo generale – come conigli sull’autostrada, davanti al TIR in arrivo, restiamo immobili e speriamo che il pericolo ci scansi.
    Al momento siamo temo ben oltre il punto di non ritorno – saremo, sì, probabilmente, la generazione che dovrà arrabattarsi fra le macerie.
    Il poco che si può fare si può fare in piccolo – come tanti piccoli sopravissuti.
    La civiltà la ricostruiremo quando ci saremo assicurati un pasto caldo e un tetto sulla testa.

    @Lady
    Ci hanno lasciato un margine per fare delle piccole infrazioni, in modo da renderci tutti complici.
    E noi ci siamo cascati.
    “Eh, beh, io al suo posto avrei fatto lo stesso!”
    Già.
    Eppure io non credo ai piani a lungo termine, alle cospirazioni di incappucciati in stanze in penombra – credo sia stato un prodotto emergente dalla complessità della nostra società.
    E credo davvero che il trauma della Seconda Guerra Mondiale abbia marchiato la cultura nel nostro paese come ha marchiato quella di molti altri, anche se in maniera diversa. Noi siamo figli di una guerra civile irrisolta.

  4. Curioso, anche se indubitabilmente giusta la tua intemerata contro gli anziani. Esiste un’età nella quale si cominciamo a detestare gli anziani per la paura di essere confusi con loro, ma questo credo sia un problema più mio che tuo. Sicuramente gli anziani italiani sono ignoranti, furbastri, fregati ma – come diceva Bettelheim degli ebrei – in fondo complici dei propri aguzzini. A me basta un ricordo. Per un po’ di tempo tradussi per mio padre testi scritti in tedesco, stesi da imprenditori italiani. E in un’occasione vidi dichiarare candidamente: «non abbiamo re-investito gli utili di quell’operazione, acquistando buoni del tesoro con un margine nettamente superiore». Chiesi a mio padre: «Ma voglono far sapere anche in Germiania quanto siamo scemi?», «… tu non ti impicciare, sono imprenditori, sanno quello che fanno». Mio padre purtroppo non c’è più, ma credo che riflettere su come funzionava l’imprenditoria locale non gli avrebbe fatto male.

    • È quello che da queste parti si traduce in “lassje fé da lùr” – lascia fare a loro.
      In fondo, è anche un buon problema per scaricarsi dalle responsabilità.
      Strano, comunque, che qui da noi per essere imprenditori non sia mai stato necessario essere intraprendenti – e quelli che hanno cercato di esserlo sono stati annientati.

  5. Difficile dissentire, per certi versi sei stato fin troppo buono. La generazione a cui fai riferimento è la stessa che ha ucciso la cultura in Italia, che ha imposto un modello di non-pensiero basato sul gettare tonnelate di trash sul pubblico, che ha creato ed avallato il patto scellerato tra Stato-che-non-controlla e imprese-che-eludono… La cosa assurda è che malgrado tutto e tutti il necessario per ripartire ci sarebbe anche. Ma il buon vecchio AK47 di russa memoria potrebbe non bastare.

    • Una miscela assassina di indifferenza da parte delle persone oneste, e di rapace capacità nello sfruttare il momento da parte dei disonesti – lo ripeto, io non credo sia stata una cospirazione… è stato un insieme di fattori sconnessi fra loro, che hanno contribuito a mettere a dormire una generazione.

      • Io non sono convinto che si possa attribuire al semplice caso una concatenazione di fattori così precisa e ad ampio raggio… Cioè, non sono un teorico del complotto, ma che alcune cose siano state mosse ad arte non è neppure un mistero.

      • Sì, ma si è trattato comunque, io credo, di spinte singole, motivate dall’egoismo e dall’opportunismo, che tutte insieme hanno generato un movimento in una certa direzione, che non era stata pianificata inmaniera lucida e consapevole.
        Insomma, il caso ha voluto che tanti tirassero in una certa direzione, e molti di più non si preoccupassero di quale ofsse la direzione in cui spingevano, per abitudine.

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