Incapaci di vedere

Modern Hiker (da cui sono prese gran parte delle immagini che illustrano questo post) è un sito americano dedicato a chi fa camminate nella natura – dalla passeggiata in scioltezza al trekking in grande stile.
All’inizio di questa settimana, Modern Hiker ha fatto un pezzo su una signorina che si chiama Casey Nocket, alias Creepythings; una utente Instagram, Creepythings ha fatto un trekking dei parchi americani, postando sul social network le fotografie della sua avventura. E in particolare i grafiti che si è sentita ispirata a disegnare sulle rocce esposte in posti come il parco dello Yosemite, a Crater Lake, Canyonlands, Barker Dam, Telescope Peak nella Valle della Morte eccetera.
La lista ufficiale cita dieci parchi, ma pare che possano esserci molte altre “opere” di Creepythings sparse nel paesaggio naturale degli Stati Uniti.

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I grafiti sono stati eseguiti con pitture acriliche – danneggiando irreparabilmente le rocce.

La cosa ha suscitato alcune interessanti reazioni – Creepythings (che è stata prontamente incriminata per un reato federale) è stata applaudita come artista o condannata come “la classica persona di città che si ritrova in mezzo alla natura”. C’è chi ha fatto notare che ci sono problemi più gravi, chi ha osservato che non si può certo rovinare la vita a una ragazza solo per aver fatto qualche disegno, e ovviamente c’è chi non ha mancato di far presente che in fondo è tutta colpa della democrazia, della società e della Civiltà Occidentale.

Ora, io personalmente credo che si sia trattato di un esemplare caso di mancanza d’intelligenza e – e qui concordo con il redattore di Modern Hiker – di egocentrismo terminale.
Creepythings ha visitato luoghi meravigliosi, ma ha visto solo l’opportunità di raccogliere Like su Instagram.
E ci è riuscita.

Non è la prima volta che succede – c’è il caso dei due boy scout che distrussero alcune strutture geologiche vecchie di milioni di anni in Utah.

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Ciò che sorprende è l’assoluta impermeabilità al significato di ciò che le circondava dimostrata da queste persone.
Perché non è necessario essere geologi, naturalisti, assidui frequentatori delle terre selvagge, o quant’altro per provare soggezione e meraviglia in questi luoghi.
Se si riesce per un momento a smettere di ammirare il proprio ombelico.

Io non vivo nella Monument Valley, o nello Yosemite Park, e non sono certamente Edward Abbey – pur avendolo letto e apprezzato.
Ma come disse la più bella donna del mondo, tanti anni fa, sulle Highlands Scozzesi, ad uno sciocco che non faceva che farneticare di Velasquez e di El Greco e di come studiare l’arte fosse più significativo dello studiare i sassi, “Non è arte tutto questo?”
E anche queste stupide colline popolate di vignaioli gretti e ignoranti hanno la loro bellezza, e come trovo inammissibile che questa venga sfregiata con cartelli pubblicitari di sexy shop o di cantine sociali, così credo sarebbe molto stupido tracciare grafiti sulle Arenarie di Serravalle o sulle Sabbie di Asti.

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C’è una bellezza semplice ma non banale, nel mondo naturale – basta avere gli occhi per guardarla.
E qui, forse, il fallimento è davvero culturale.

Oh, fermi, no – la civiltà occidentale resta una gran cosa, non mi sentirete dire il contrario.
Ho solo l’impressione che la versione Lite che è stata installata nella maggioranza della popolazione stia mostrando dei chiari problemi di performance.

Uno di questi problemi è l’improvvisa assenza percepita di ciò che è naturale.
Una vallata senza case, strade o strutture? È vuota, o deserta.
Non c’è niente, non è di nessuno.
Sono sassi.
Sono lì da sempre.

Diventano invisibili.
E questo mi fa venire in mente la principale opposizione che fino ad oggi ha fatto naufragare tutte le mie proposte di un corso per insegnare ai ragazzi delle scuole a vedere la natura.

“Sì, bello, ma a cosa serve?”

Perché non è immediatamente monetizzabile, non fa fare punti sociali, non è importante.
A cosa serve?*

Ecco, a me forse interessa di più questa cecità selettiva, che non il caso specifico della graffitara o dey boy scout o di tutti gli altri.
Mi interessa perché è un sintomo – un sintomo di una scala di valori che è diventata una filtratura costante della realtà, costruita a partire da definizioni di valore e di qualità e di importanza che sono indissolubilmente legate al valore monetario.
A questi filtri si somma l’icapacità di spostare il proprio punto di vista, una difficoltà a generalizzare, ad andare oltre l’egocentrismo assoluto.

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Il che, naturalmente, presenta un paradosso – forse proprio a causa di questa incapacità assoluta di allargare il proprio campo visivo, questa incapacità ad andare oltre il sé, si parte dal presupposto che tutti, sempre e comunque, possano essere giustificati.
Ci manca l’empatia per metterci nei loro panni, per capire cosa li abbia mossi, e allora li giustifichiamo a prescindere, per stare sul sicuro.

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Ci sono stati altri casi – il turista che incise il proprio nome su un bassorilievo egizio, un paio di anni addietro, e poi diffuse l’immagine su facebook.
O quel tale che per farsi fotografare seduto in grembo a una scultura all’Accademia di Brera, le spezzò una gamba. In quest’ultimo caso la stampa minimizzò, osservando che si tratta di pezzi minori, già vandalizzati in passato.

Non più strutture naturali, ma “roba vecchia”.

Sovrapponendo i due fenomeni – il vandalismo nei parchi e il danneggiamento “inconsapevole” di opere d’arte – sorge forte il dubbio che si sia inceppata la percezione del valore.
Sassi.
Roba vecchia.
Cose di nessun valore.
Esiste una fetta della popolazione per cui la bellezza non ha alcun valose senza un cartellino che lo specifichi.
E molti il cartellino non sono più in grado di leggerlo.

È agghiacciante.
Come è agghiacciante chi applaude ammirato questi gesti, o li giustifica, o fugge nella convinzione che i veri problemi siano, come sempre, ben altri.
O, come si diceva, giustifica tutto e tutti.
Non è colpa loro.
Ma non è colpa della democrazia, non è colpa della società – a meno che non vogliamo ammettere che la società siamo noi e noi, alla prova dei fatti, abbiamo fallito.

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* Che poi, parliamone – fra queste colline tre su cinque si diplomano geometri. Saper vedere il paesaggio, leggerne le strutture, percepirne le dinamiche, sarebbe una capacità essenziale per il loro lavoro. Ma naturalmente, nessuno l’ha mai fatto, quindi non si può fare.

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3 pensieri su “Incapaci di vedere

  1. Ma non è colpa della democrazia, non è colpa della società – a meno che non vogliamo ammettere che la società siamo noi e noi, alla prova dei fatti, abbiamo fallito.

    sbaglierò, ma io vado per la seconda ipotesi che suggerisci…

  2. Come dici giustamente è un sintomo, che va aggravandosi a vista d’occhio e non è limitato alla natura o all’arte, anche gli esseri umani, che non fanno parte del gruppo di riferimento, ormai sono visti allo stesso modo

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