Il nome in copertina

Solo nella campagna silenziosa, mi pago i conti scrivendo.
Suona maledettamente cool, non trovate?

Qualche mese fa è successa una cosa interessante.
Beh, per lo meno secondo la mia definizione di “interessante”.
Un tale che conosco a malapena, alla notizia dell’uscita di un mio ebook di fantascienza, ha osservato che non avrebbe speso l’euro e mezzo per leggerlo.
“Se il tuo lavoro fosse davvero buono,” mi ha detto, “sarebbe su una antologia curata da un grande editore. Quando la tua storia comparirà in una antologia curata da Ellen Datlow o Gardner Dozois, la leggerò.”
Certo sarebbe bello.
Speriamo che nell’attesa non si debba annoiare.editing

Più in generale, viene frequentemente reiterata questa strana faccenda per cui l’autore è in fondo una figura secondaria – ciò che conta è l’editor.
Certo, si tratta di un discorso che fanno soprattutto gli editor – ma alcuni scrittori pare stiano cominciando a crederci.
Pare quasi strano che ci mettano il nome dell’autore, sulla copertina.

Ma parlando di copertine…

La notte passata, si è finiti a parlare di libri coi titoli tutti uguali…

La bambina che [metteteci quello che vi pare]
La donna che [idem]
[Articolo] [Sostantivo] Proibito

E le copertine?
Tutte uguali.

same2

Questa faccenda di libri con titoli, copertine e – ahimé – trame intercambiabili mi ha dato da pensare al fordismo classico – la produzione industriale di infiniti multipli intercambiabili attraverso un processo standardizzato e replicabile.

E da Ford a Taylor, naturalmente, il passo è breve – in fondo si tratta di pratica e teoria.English: Frederick Winslow Taylor lived from 1...

Per chi se lo fosse perso Frederick Winslow Taylor fu un teorico della produzione industriale.
E proprio solo teorico, perché nella pratica non aveva mai lavorato ungiorno in vita sua, ma questo è, naturalmente, un dettaglio.
La sua idea meravigliosa – sostituire la struttura del laboratorio, della bottega, con una catena di montaggio.
Ma cosa più importante, scorporare l’esecuzione materiale del lavoro dalla sua dimensione concettuale.
Nella fabbrica immaginata da Taylor, gli operai producono ma non hanno alcuna nozione della tecnica – se volete dell’arte – del proprio lavoro. Eseguono inconsapevoli operazioni che non comprendono e sulle quali non hanno il controllo.
Applicano, se volete, alla lettera, il manuale.
Per la parte progettuale, per sapere perché qualcosa si fa in un certo modo, c’è lo staff tecnico, ci sono gli ingegneri.
Quelli che il manuale lo hannos critto.

“Tutto il possibile lavoro intellettuale [brain work, nell’originale; NdT] dovrebbe essere rimosso dalla bottega e concentrato nel dipartimento pianificazione e sviluppo…”

L’idea che un simile principio – che ha come motivazione centrale la riduzione dei costi per l’azienda a fronte di un incremento dei profitti – sta avendo degli effetti deleteri su una quantità di aspetti della nostra civiltà che con la produzione industriale dovrebbero avere ben poco a che vedere, non è proprio rassicurante.

I libri sono solo uno di questi aspetti – e il concetto essenziale, che si tratta di pezzi unici infinitamente replicabili, che la creazione avviene nella bottega e poi la produzione e distribuzione hanno modalità industriali pare sfuggito a molti.
Sarà anche per questo che se scrivete e pubblicate da voi il vostro libro, quando provate a dire che siete “editori artigianali” (definizione di Guy Kawasaki), qualcuno vi risponderà stizzito che siete solo “pidocchiosi autoprodotti”.

L’idea che è passata – sta passando? – sembra essere che l’autore è un mero prestatore d’opera, un operaio ce non deve svolgere alcun “brain work”, che mette sulla pagina il numero patuito di parole, e poi arriverà qualcuno che conosce la tecnica, e sistemerà il testo, facendone una storia che vale la pena leggere.

Asimov? Bravo, eh, Asimov.
Ma se non ci fosse stato Campbell…*

Ed è molto curioso, se ci pensate, che una cultura che sta puntando con tanta insistenza sui bei vecchi tempi, e sull’importanza dell’artigianato, del pezzo unico ed originale, sul “fatto a mano da persone che conoscono gli antichi segreti”, nei fatti poi boicotti la gran maggioranza delle attività artigianali.

E in questo caso non parliamo solo di scrittura – datevi un’occhiata attorno.

Ed è anche curioso che una cosa personale, individuale, ed originale come la scrittura venga sottoposta a un tentativo di normalizzazione, attrverso la creazione di infiniti multipli intercambiabili, la qualità dei quali non è più responsabilità dell’autore, ma dell’editor.

Ooops… errore – ho scritto “attraverso la creazione”.
Ma la creazione di infiniti multipli intercambiabili non è il mezzo, è il fine.
In modo da fornire al pubblico un intrattenimento che sia familiare, che non rischi di confondere.
Quante volte mi sono sentito dire che non bisogna scrivere in maniera complicata, che il povero lettore deve essere imboccato perché, poverino, non riesce ormai più a reggere da solo il proprio cucchiaio.

Ed anche questa percezione del pubblico è, in fondo, avvilente sia per chi scrive che per chi legge.

Eppure il sistema pare ben avviato – ed una occhiata alle classifiche sembra indicare che i prodotti intercambiabili ed indifferenziati, ad una certa fetta del pubblico, piacciono.
Alla via così, quindi.
O come cantavano gli Styx

I like fast food
The burgers always taste the same

Poi non lamentatevi, naturalmente, se ciò che leggete fa schifo.
Anche se a quel punto, immagino, la colpa verrà data all’autore, vero?

Anche se, ovviamente, non deve essere così per forza.
O no?

————————————————————
* Curiosamente nessuno pare pronto a lodare il peso dell’editing di Farnsworth Wright sulla qualità dei lavori di Lovecraft, Howard o Smith.

5 pensieri su “Il nome in copertina

  1. Penso che sia per questo che mi piace essere uno degli ingegneri che scrivono le procedure per i colleghi di lavoro🙂

    Al di la dell’ovvia battuta che l’ignoranza degli altri è virtù🙂 ritengo che sia innegabile osservare una pedita di originalità del settore creativo che ha innegabili agganci con una serializzazione di un tipo di prodotto che dovrebbe essere per definizione “artigianale”

    Io temo che ormai il libro stampato dai “grandi editori” somigli sempre più ad un prodotto in serie che punta a seguire segmenti individuati dalle analisi di mercato fino alla loro saturazioni per poi spostarsi e replicare il tutto sul segmento successivo. Si cerca di individuare (o meglio ancora creare) una moda e la si segue finchè tiene.

  2. Si sta solo mutuando dal mondo anglosassone il processo di produzione industriale della narrativa. Con quel quid di cialtronismo e incompetenza nei confronti della serialità (per carità! Non è vera Letteratura! e via discorrendo) a insaporire il tutto.🙂

  3. Ecco, mi hai regalato una bella botta di inquietudine sociale, soprattutto dal punto in cui dici che «sta avendo degli effetti deleteri su una quantità di aspetti della nostra civiltà che con la produzione industriale dovrebbero avere ben poco a che vedere» fino a quando affermi che: «Ed è molto curioso, se ci pensate, che una cultura che sta puntando con tanta insistenza sui bei vecchi tempi, e sull’importanza dell’artigianato, del pezzo unico ed originale, sul “fatto a mano da persone che conoscono gli antichi segreti”, nei fatti poi boicotti la gran maggioranza delle attività artigianali». Dà un’idea spaventosa del lavaggio mentale e degli schemi in cui siamo immersi, incatenati e forse condannati. Ottime considerazioni.

  4. Temo che il tuo mancato lettore abbia fatto un terrificante casino, confondendo i curatori (il tuo racconto va bene, solo che faresti bene a modificarlo leggermente in A e in B), con gli editor (il tuo libro non va assolutamente, a meno che tu non cambi il pezzo in cui A muore e quello in cui B si innamora e tagliando tutto di un buon 30%), fino ai curatori per conto dell’editore il cui scopo è normalizzare il libro per la produzione più seriale. I buoni editor sono pochissimi, e il loro intervento è in genere apprezzato dall’autore o quantomeno discusso con passione e competenza, i curatori delle collane hanno una funzione “a valle”, potendo, per assurdo, anche chiedere a un autore di sostituire un racconto con un altro… quanto ai curatori/editor per conto dell’editore sono figure quantomeno oscure e leggermente discutibili, il cui scopo è generalmente quello di prendere un’assoluta idiota nella scrittura e farne la nuova autrice tutti aspettavamo. Dal momento che è sempre più comune pubblicare gli assoluti idioti/e di cui sopra e lasciar perdere gli autori un minimo più complessi (più lavoro per gli editor, perché in genere meno giovani e meno ingenui, più difficili da intortare per quanto riguarda i diritti, ecc. ecc.) è quantomeno logico che i giornalisti letterari (un insieme di individui frustrati che stanno tentando di diventare scrittori a loro volta) glorifichino i sicofanti dell’editore, esaltandoli mentre presentano più o meno consapevolmente gli “autori” come dei felici asini “che oltre a tutto quello che già fanno, scrivono”. Il quadro appartiene più a un settore commerciale in piena crisi, soprattutto in Italia, che a un settore industriale in piena espansione. Quanto agli autori autoprodotti… la realtà è che il 10% di loro – anzi di noi – potrebbe giovarsi dell’intevento di un editor mentre un buon 90% difficilmente continuerà dopo i primi tentativi più o meno fallimentari. Il vero problema è che ben pochi editori seguono con attenzione gli autori autopubblicati proprio perché 1) 9 su 10 sono tanto pomposi quanto agghiaccianti, 2) quelli che valgono qualcosa scrivono comunque “male” secondo le norme editoriali correnti. Tira tu le conclusioni, Credo meriti comunque continuare a scrivere in attesa di un cambiamento di paradigma dell’editoria o di un suo sostanziale fallimento. I lettori, uno per volta, li si guadagna scrivendo.

    • Curiosamente, tuttavia, se attraversi il confine, ciò che era scritto male in Italia diventa leggibilissimo ovunque nel mondo.
      Per cui la pomposità, temo è equamente distribuita.
      Resta di fatto che la scrittura si giudica sulla base di se stessa – troppo a lungo ci hanno venduto merendine con la scusa del vecchio mulino, e libri con la scusa dell’autore-personaggio.

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