L’occasione mancata del solare locale

Stamani ho fatto un giro su una strada popolare presso i rallysti, che congiunge il Crivelletto con la Cantina Sociale di CastelBruno.
Una striscia d’asfalto larga quanto una ciclabile, costellata di buche, tutta curve e saliscendi.
A metà tragitto, un campo di pannelli solari in costruzione.

Ora, chiunque abbia spulciato i quotidiani locali è a conoscenza del brutto pasticcio in corso sulla facenda del solare.
Ci abbiamo fatto un post qualche giorno addietro.

Ma, a parte il malcostume di fare un sacco di quattrini alle spalle della popolazione locale – che avrebbe dovuto, nel pensiero del legislatore, giovarsi di finanziamenti ed agevolazioni – un secondo aspetto risulta estremamente sbagliato in tutta la faccenda.

Si tratta in effetti di un problema di resilienza, ma per comodità e brevità, osserviamolo dal punto di vista dell’indipendenza e delle opzioni offerte al cittadino.

Immaginiamo un progetto a piccola scala: una abitazione privata, dotata di pannelli installati da una azienda, la spesa almeno in parte coperta dagli incentivi.
L’energia prodotta alimenta l’abitazione ed il surplus – ammesso che ci sia – viene venduto ad un fornitore di energia elettrica.
In questo modo, ogni abitazione diventa autosufficiente – o per lo meno riesce a gravare di meno sul carico energetico globale.

Più in grande, possiamo immaginare un sistema di pannelli sviluppato per alimentare una intera comunità.
Dopo le opportune discussioni in sede conciliare, parte del territorio del comune viene destinata ai pannelli, che un’azienda impianta, spesata grazie ai fondi europei, e poi l’energia prodotta va ad alimentare la comunità, integrata dall’energia della rete o (idealmente) rivendendo alla rete il surplus.
In questo modo, la comunità si rende indipendente.

Un modello desiderabile potrebbe essere misto – aree comunali a pannelli per alimentare le strutture pubbliche, pannelli individuali per le abitazioni.

Il sistema in questo modo si distacca dalla rete di alimentazione, e la comunità diventa autosufficiente.

Col modello attuale, le cose sono piuttosto diverse.
È l’azienda che incamera i fondi di sviluppo ed impianta i pannelli a gestire l’energia prodotta, rivendendola ai proprietari del terreno o – paradossalmente – vendendola al fornitore che poi provvede a rivenderla alla popolazione.

Non solo la comunità non accresce la propria autosufficienza, ma passa da una dipendenza diretta dal fornitore di energia, ad una doppia dipendenza, dal gestore dei pannelli e dal fornitore di energia.

Aumenta il numero di ingranaggi, aumentano le parti del meccanismo che potrebbero incepparsi.
Aumentano le possibilità di aumenti, di colli di bottiglia, di contenziosi.

Non è mai una buona idea, potendo scegliere l’indipendenza, optare per un padrone.
o per due.

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